Si prevede che Giacarta diventi la città più grande del mondo

Si prevede che Giacarta diventi la città più grande del mondo

La cultura per un futuro urbano: identità e sviluppo nelle città del domani

La crescita della popolazione urbana in tutto il mondo impone la necessità di amministrare megalopoli in equilibrio tra crescita, senso di comunità e continua evoluzione. Ne parliamo con Paolo Verri, esperto di progettazione culturale per amministrazioni locali e grandi eventi, autore de "Il paradosso urbano"

Dal 2015 la maggior parte degli esseri umani del pianeta vive in una città, una quota di popolazione destinata a raggiungere il 68% entro il 2050. Nel 2030 il 9% sarà concentrato nelle 33 città più grandi del mondo, dove sarà prodotto il 15% del Pil globale. La “capitale delle città” non sarà europea od occidentale, ma sarà in Asia e non sarà nemmeno cinese, bensì Giacarta, capitale dell’Indonesia, che nel 2030 avrà ben 35 milioni di abitanti, la più grande del mondo.

Come immaginare lo sviluppo urbano in uno scenario simile? Quale ruolo attribuire alle città del futuro come habitat di una comunità civile? Come progettare e fornire le risposte ai bisogni di vita, lavoro, mobilità e socialità dei cittadini?

Da qui parte la riflessione di Paolo Verri, professore di Sviluppo urbano e grandi eventi allo IULM di Milano e allo IED di Torino, autore de “Il Paradosso urbano” (Egea), con le storie di nove città che hanno superato crisi, adottato strategie innovative e raggiunto risultati concreti.

«Le città saranno sempre di più i luoghi in cui si elaborerà il futuro del pianeta, in cui si sperimenteranno nuovi modelli sociali e tentativi di pace permanente, in cui si svilupperanno una ricerca di frontiera e insieme modelli di cooperazione culturale inediti – è il messaggio del volume -. Centrale non sarà tanto competere, quanto scambiarsi buoni progetti e buone informazioni» e non lasciarsi appagare dai risultati.

Sì, perché «una città è come una tartaruga che si muove lentamente ma in modo costante, fatta di cittadini e coalizioni che tentano di raggiungere la trasformazione nel cambiamento – spiega Verri, parafrasando “Il paradosso urbano” -. I sindaci, come Achille, non la raggiungeranno mai. La tartaruga si sposterà sempre quel minimo che rende impossibile ottenere la perfezione. Lavorare significa essere sempre in tensione verso il futuro».
 

Nuovi modelli culturali per nuovi modelli urbani

Cultura, partecipazione, condivisione di obiettivi, relazioni e conoscenza: è quanto assume rilevanza per il futuro di città in transizione ma coese. «Chi si occupa di sviluppo urbano si occuperà sempre più di condivisione degli obiettivi culturali, di erogare nuovi tempi e stili di vita comuni, e sempre meno di economia – è la previsione di Verri -. Il ruolo della politica è costruire una coalizione che guardi al futuro, coinvolgere la cittadinanza per costruire 'pezzi di città'. Parole come 'turisti, consumatori, pubblico' andrebbero abolite: devono esistere solo 'cittadini temporanei' che si prendano cura delle città in cui vanno. È lo spirito Unesco: un bene non è proprietà dei cittadini, ma del mondo».

Ma come un approccio culturale può dare forma alle nuove città? Verri osserva la trasformazione in corso, partendo da lontano. «Il modello urbano europeo deriva da quello del XIII° secolo che ha visto lo sviluppo delle piazze di mercato sulla direttrice italo-franco-belga e quella tedesca – ricorda -. Oggi, la prima grande sfida è ragionare sull'assenza del denaro fisico come strumento obsoleto. La storia recente vede il passaggio da città come luoghi dove si commercia a luoghi dove si socializza e si scambia sapere. Ma, a dispetto della piazza virtuale, aumentano i viaggi per un'esperienza fisica e di incontro: sarebbe erroneo chiamare questo fenomeno 'overtourism', siamo tutti turisti nello scambio di sapere».

La storia, dunque, ha visto nel «modello europeo l'emergere delle piazze come luoghi di incontro, dove domina la stanzialità che genera socialità e chiare forme di democrazia urbana» dall'altro la struttura fisica delle città nordamericane, africane e talvolta asiatiche prevede «assi di scorrimento lineari, dove la sosta è breve e prevale la dimensione del movimento per entrare e uscire».

Ebbene, uno dei modelli più dibattuti e forse ambiti è ultimamente la “Città dei 15 minuti”, accanto al diffondersi delle Zone 30, che «ripristina quel modello pre-novecentesco massacrato dalla necessità di una sola grande versione di impresa della mobilità e dell'auto privata – commenta Verri -. La forma urbis dovrebbe servire a creare socialità, ma le città si devono dare elementi di reciprocità forti, servizi coerenti e conseguenti».

Una necessità che dovrebbe emergere nei possibili modelli di mobilità: «Lo sharing di auto o bici sostituisce beni privati e potrebbe essere gestito da cooperative, per una mobilità a percorrenza in determinati quartieri, come già avviene nei campus universitari o nei centri commerciali. I giovani desiderano sempre meno l'automobile privata e in futuro i cittadini vorranno sempre più mobilità pubblica, come elemento fondamentale nella scelta dello sviluppo urbano. Il garage, per esempio, da primissima necessità negli anni '80-90, diventerà sempre più un luogo per stoccare energia».
 

Cooperare, partecipare

Le città esprimono il proprio ruolo su modelli cooperativi con altre città, volendo talvolta bypassare i sistemi statali, un vestito stretto messo in discussione anche dalle cosiddette “nazioni digitali”. Al di là degli equilibri geopolitici e dell'opportunità digitale, con la sua insopprimibile dicotomia tra sicurezza e libertà, la cultura assume sempre più un ruolo nel tenere insieme le persone e fare in modo che le città non siano solo “aggregati urbani”ma tavoli di partecipazione fatta con i corpi«Le generazioni precedenti lavoravano più di 700mila ore in una vita, noi non lavoreremo più di 450mila ore e nel rimanente tempo ci occupiamo di cultura in diverse forme. Possiamo metterlo a disposizione delle comunità e delle città come grandi dispositivi per condividere obiettivi sociali».

Gli strumenti disponibili sono diversi: modalità di partecipazione innovative, coalizioni pubblico-privato capaci di convergere su un'idea di bene comune, grandi eventi che possano stimolare il cambiamento all'interno delle città. Alcuni esempi? In Italia il rinnovamento dell'identità di Torino, da città post industriale a capitale del design e città universitaria in occasione delle Olimpiadi invernali del 2006 e l'epopea di Matera, città del sud Italia lontana dalle rotte turistiche che ha cambiato il suo destino diventando Capitale europea della cultura, nel 2019. Città come “luoghi dove accadono le cose” e dove le persone realizzano progetti di vita sulla base di un immaginario culturale e di ideali scelti, condivisi all'interno di una comunità. Le altre protagoniste del libro sono Barcellona, Pittsburgh, Lione, Milano, Istanbul, Tokyo e Wroclaw.

«Oggi abbiamo un numero infinito di prodotti culturali per capire meglio la società e per costruire nuovi strumenti non in solitudine ma insieme agli altri: se lo scopo della nostra vita è stare insieme, costruire relazioni soddisfacenti e guardare alla felicità come obiettivo della propria vita, occorre partire da lì - conclude Verri -. Certo, bisognerebbe impostare un esercizio socioculturale che ci consenta di vivere tutti meglio con molto meno, ma su questi temi siamo refrattari ad aprire un discorso...».


Daniele Monaco - Giornalista freelance, ha collaborato con Ansa, QN-Il Giorno e con Wired Italia. Scrive di Economia e Internet, affiancando anche uffici stampa e agenzie di comunicazione come copywriter e consulente per la produzione di contenuti inerenti la trasformazione digitale, innovazione, sostenibilità, Industria 4.0, per realtà corporate, associazioni, enti pubblici, consorzi e startup. Professionista dal 2010, si è laureato all'Università degli Studi di Milano, città dove risiede e ha conseguito un master in Giornalismo presso l'Università Cattolica.

Altri come questo